Lodron, a volte riportato come Lodrone, è il cognome di una famiglia nobile trentina, originaria della piana di Storo. I primi documenti che ne attestano la storia risalgono alla fine del 1100, anche se leggende del passato parlavano di un Silvestro di Lodron partecipante alla prima crociata. Dalla piana di Storo, si estendono a Pieve di Bono con Castel Romano (nella valle del Chiese), in Valvestino a Magasa e in Val Rendena, poi in Vallagarina nel Bresciano e Veronese; successivamente spostano i centri dei propri interessi in terra austriaca, dove nel 1600 un Paride Lodron diventa vescovo di Salisburgo. Dalla fine del Settecento abitano sempre più a Gmünd.
La dinastia dei conti Lodron nel secondo millennio
Il 24 agosto 1189 il vescovo di Trento Corrado II di Beseno, il predecessore di Federico Vanga, affidò in feudo il castello di Lodrone a tredici uomini de “Setauro” (Storo). L’infeudazione era stata preceduta, il 4 giugno, da un accordo giurato nella chiesa di San Floriano di Storo: erano presenti 14 viri illustres del paese, rappresentanti di sette famiglie che si obbligarono ad aiutarsi vicendevolmente per entrare in possesso a titolo di feudo di tutti i beni dati a Calapino di Lodrone, primo personaggio storico di questa casa, piché di lui ne parlava un documento del 27 agosto 1185 col quale il conte Enrico di Appiano rinunciava, a favore del vescovo di Trento, a tutti i suoi possedimenti in Giudicarie facendo eccezione di pochi vassalli tra cui appunto il Lodrone. Non è storicamente documentata la presenza di Silvestro Lodron a fianco di Goffredo di Buglione nella Prima Crociata del 1095 - 1099, come vorrebbe la tradizione popolare dei secoli scorsi.
La famiglia ha origine in Valle del Chiese a nord del lago d’Idro nel Trentino sud occidentale dove ci sono ancora i ruderi del castello ora chiamato di san Giovanni a Bondone di Santa Barbara a Lodrone e Castel Romano a Pieve di Bono. I Lodron seppero approfittare della posizione di confine delle loro terre e delle lotte del Principe vescovo di Trento, di cui furono vassalli, con i conti del Tirolo, i Visconti di Milano, gli Scaligeri di Verona e la Repubblica di Venezia per acquistare poteri, diritti e terre in Giudicarie, in Val Rendena, Val Lagarina, a Trento e in Tirolo, in Piemonte, in Carinzia a Salisburgo e in Baviera.
Paride il Grande era un comandante delle truppe di Venezia nella guerra contro il ducato di Milano. I figli Giorgio e Pietro ricevettero da Venezia il castello di Cimbergo in Val Camonica con la contea e Bagolino. Erano presenti a Roma fra i soldati in armi che facevano onore all’incoronazione di Federico III. Il 6 aprile 1452 Federico III concesse a Giorgio e Pietro e ai loro legittimi eredi il titolo e la dignità di conti dell’Impero. Questi nel 1456 furono incaricati dal principe vescovo di Trento Giorgio II Hack di Themeswald (1446 – 1465) di conquistare le roccaforti di Castelnuovo, Castellano, Nomi e Castelcorno che i Castelbarco non intendevano riconoscere come feudi di Trento e i conti Lodron tennero poi per sé Castelnuovo e Castellano ove si trasferì il conte Pietro Lodron dando origine al ramo vallagarino della dinastia. Nella seconda metà del cinquecento i Lodron estesero la loro influenza nel bresciano a Salò ove ebbero un collegio e un seminario per i chierici del contado e a Concesio dove eressero un palazzo ora noto come palazzo Montini (ove nacque Giovanni Battista Montini divenuto poi Papa Paolo VI.
Cattiva fama si fecero fra i Lodron Marco da Caderzone e la contessa Dina. Il primo fu un figlio illegittimo del ramo insediatosi in Rendena: Marco da Caderzone uno spregiudicato e prepotente bandito che spadroneggiava in valle, autore di un fallito assalto a Castelcorno (1474) e congiurato contro il potere vescovile. Venne decapitato coram populo in piazza Duomo a Trento il 26 maggio 1490. La contessa Dina era sposasta a Ettore un Lodron del ramo di Val Lagarina, che possedeva anche Castel Romano. La leggenda vuole che la contessa, forse non bella e forse non più giovane, fosse divenuta gelosa delle piacenti fanciulle della valle e attirava al castello i più bei giovani del suo dominio per divertirsi con loro (interpretando a modo suo l’jus primae noctis) fino all’alba quando li faceva precipitare in una fossa sul cui fondo si rizzavano lance appuntite.
Un Lodovico Lodron cadde nel 1537 combattendo contro i Turchi, nella battaglia di Osijek. Un altro Lodovico Lodron, che aveva fatto costruire a Trento il palazzo ora sede del TRGA (Tribunale Regionale di Giustizia amministrativa) fu capitano nella Battaglia di Lepanto (1571). Paride di Castel Lodrone nel 1545 era tra i nobili trentini all’apertura del Concilio di Trento, sua figlia Lucrezia guidò per alcuni anni la Compagnia si Sant’Orsola di Angela Merici di Brescia.
Nel 1554 durante una vendetta popolare i bagolinesi assaltarono il palazzo dei Lodron e uccisero i conti Ottone e Achille e condussero Ippolito in ostaggio a Bagolino e lo rilasciarono solo dopo che che tutti i bagolinesi che si trovavano a lavorare in Tirolo tornarono a casa senza essere danneggiati passando per le terre dei Lodron. L’anno dopo un incendio distrusse Bagolino.
Ancora un Paride Lodron fu principe vescovo di Salisburgo dal 1619 al 1653. Altri due Lodron furono vescovi dal 1630 al 1652 della diocesi di Gurk in Carinzia. Un altro Lodron Karl Franz von Lodron fu vescovo di Bressanone dal 16 agosto 1791 al 10 agosto 1828.
Nel secolo XVIII un ramo dei conti Lodron viveva stabilmente a Salisburgo in un edificio che si affacciava sulla stessa piazza ove si affacciava anche l’edificio in cui abitava Mozart, il quale diede lezioni di pianoforte alle contessine Luigia e Giuseppina e nel 1776 - 1777 compose per la contessa Antonia le due Lodronische Nachmusichen KV 242 e KV 287.
Paride Lodron, promesso sposo di Giulietta Capuleti
In Studi trentini di Scienze storiche, anno 1942, pp 103 – 113 in figure trentine nei novellieri italiani, (ripubblicato alle pagine 293 - 310 del libro citato in calce) Giuseppe Papaleoni pubblica l’articolo: Il promesso sposo di Giulietta Cappelletti ove dice che nella notissima novella “Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti” del vicentino Luigi Da Porto
L’autore sostiene che qualunque sia l’origine della novella, e ormai nessuno dubita che il motivo del racconto sia tolto da una novella del Masuccio Salernitano e adattato all’ambiente veronese, è certo che il nome del futuro sposo di Giulietta fu scelto dal Da Porto. E come egli per dare i cognomi ai due infelici amanti li trasse dal noto verso dantesco ritenendo che Montecchi e Cappelletti fossero due nobili famiglie veronesi ferocemente tra loro avverse, così nel cercare il personaggio del nuovo sposo di Giulietta e nell’assegnarlo ai conti di Lodrone, pensò a un giovane allora famoso per nobiltà, per potenza e anche per bellezza e di condizione non inferiore anzi superiore a qualunque altro delle grandi famiglie di quelle città. Ora i Lodroni ai tempi presunti di Giulietta e Romeo, cioè durante la signoria di Bartolomeo della Scala (1301 – 1304) era una forte famiglia nei monti tra il Bresciano e il Trentino, ma non aveva raggiunto il prestigio lontano dai propri domini fino a Verona tanto da esser preposta al altri signori di quella città. Ben diversa era la condizione dei Lodron all’inizio del Cinquecento. Essi divenuti conti dell’Impero avevano la signoria di Castelnuovo e di Castellano in Vallagarina a non molta distanza da Verona. Si erano fatto un gran nome nelle guerre del XV secolo stando con Venezia e possedevano domini in Lombardia e case a Verona imparentandosi con grandi famiglie. Il Papaleoni si chiede se il Da Porto avesse conoscenza diretta dei Lodron e attraverso una minuziosa ricostruzione storica egli ritiene che effettivamente il Da Porto avrebbe conosciuto un Lodron ma non già un Paride ma suo figlio Giorgio.
La novella del Da Porto, spiega il Papaleoni, ebbe nelle sue derivazioni una straordinaria fortuna. Dal Da Porto discende un poemetto di Gabriele Giolito de Ferrari del 1553 intitolato L’infelice amore dei due fedelissimi amanti Giulia e Romeo, scritto in ottava rima da Clita nobile veronese ad Ardeo suo
Qui al Lodron è dato il nome di Francesco, usato da quella famiglia solo dalla fine del sec XV. Un Francesco capo della linea Val Lagarina visse fino a pochi anni prima della novella originaria e fu molto conosciuto a Verona.
Matteo Bandello rimaneggiò a modo suo l’opera del Da Porto. Papaleoni a pagina 308 del libro citato scrive
Papaleoni prosegue poi sostenendo che:
Il Papaleoni termina lo studio ricordando che la storia di Giulietta e Romeo diede argomento ad altre composizioni novellistiche citandone oltre una decina e accenna a un complesso di melodrammi ove in parecchi di questi il conte Lodron trovò un rivale in Teobaldo e termina ricordando che il conte Lodron è tornato per così dire alle origini attraverso le melodie di Riccardo Zandonai.
I Lodrone giudici nella controversia fra la Valle di Vestino e Darzo del 1743-1766 per le spese belliche
Una determinante controversia fra la Valvestino e Darzo nella Valle del Chiese fu essa causata dalla guerra di successione polacca (1733-1738), che ebbe come protagonisti da una parte gli eserciti austro-russi e, dall’altra, quelli francesi, spagnoli e sardi; terminò con il trattato di Vienna del 1738 con vari assestamenti territoriali specie in Italia: il re di Sardegna Carlo Emanuele III non ottenne la promessa Lombardia e dovette accontentarsi dei distretti di Novara e Tortona. Scrisse in merito Padre Cipriano Gnesotti in “Memorie delle Giudicarie”:
“Nell’autunno (1733) s’incominciò la guerra, e tosto s’intimarono Proclami nelle Pievi, acciò niun uomo partisse dal proprio paese sotto pena di confiscazione de’ beni, e di delitto di lesa Maestà. Veramente erano partiti moltissimi in Ottobre prima del divieto, che in Storo fu proclamato solo dopo il principio di Novembre; onde molti fino alla Primavera dell’anno seguente 1734 poterono in Italia travagliare nelle loro arti senza che vi fossero processi d’inquisizione sopra la loro assenza (…). All’aprirsi della stagione nel 1734, calò per Trento grosso esercito sotto la direzione del Maresciallo “Mercì”, venendo i Giudicariesi obbligati a concorrere co’ carri per condurre il Bagaglio fino a Mantova, ed al Po (…). Il Re Sardo di consenso col Generale Francese per assicurarsi da altra calata de’ Tedeschi nel 1735, provedendo meglio a’ casi suoi avanzò l’esercito suo sopra il Dominio Veneto, chiudendo le Valli alla discesa degli Alemanni. Si avanzarono alcuni per Val Sabbia, posero il campo in vicinanza di Sabbio, arrivando co’ Picchetti alla Noza, e guardie avanzate sul tenere di Vestone. Altri entrarono nella Riviera del Garda, altri per Monte Baldo, ed altri pel Vicentino munendo da per tutto i Confini. Comparve pure nella Rocca d’Anfo una compagnia di soldati Levantini di S. Marco in difesa (…). Ingrossavano però anco nelle Pievi le Truppe Tedesche, massime in Lodrone, e Rio Perone, arrivando parte sino in Val Vestino. Si fecero leve de’ soldati urbani nelle Giudicarie (…). Si dovette fare la seconda leva da mandare in Raita (…). Questa seconda leva fu ordinata per timore che i Gallosardi s’inoltrassero per di là nel Tirolo, e si preparava guerra per ottenere avvantagiosa pace, come di fatto nell’autunno 1735 si fece tregua, e poi conchiusa la pace, senza mandare li nostri in Raita”.
Ebbe termine la guerra, si concluse la pace, ma rimasero le pesanti spese belliche sostenute dalle varie comunità delle zone giudicariesi per gli acquartieramenti ed approvvigionamenti delle truppe imperiali ed urbane. Per quanto riguarda questo argomento possiamo ben dedurre che la comunità di Darzo ne sostenne in rilevante quantità per sé ed anche per la Valvestino. Non è stato possibile accertare le somme complessive: sta il fatto che Darzo pretese che le sue spese fossero unite con quelle della Valvestino; questa non accettò ed ebbe inizio una controversia che si prolungò per circa trent’anni!
Dal Registro dei Consigli Generali della Valle di Vestino si rileva, per la prima volta, che già nel novembre 1743 era vertente da tempo il dissidio fra le due comunità e che il conte Lodovico Saverio Lodron aveva consigliato l’unione delle spese e da ottenersi con “(…) un compromesso de jure, et facto”. I Valvestinesi scelsero la mediazione dei Conti di Lodrone aventi giurisdizione su entrambi i contendenti e si sovraccaricarono di spese ben maggiori di quanto verrà concordato alla fine.
Nel Consiglio Generale di Valle in Turano il lunedì 30 novembre 1744 si deliberò: “(…) Dovere questa Valle di Vestino fare una distinta delle spese sostenute da cadauna Comunità e Villa della Valle e ricavarne una Generale Polizza da presentare avanti la Prelodata Eccellenza Signor Conte Padrone Arbitro eletto per questa sopraccitata Causa come anco fare estrazione di tutti li Ordini, Comandi, et Lettere dati et Spedite a questa Valle concernente l’interessi di guardie, ed ogni altra cosa appartenente alla Milizia, tanto di que Ordini e Comandi dati dall’Eccellentissima Padronanza di Lodrone, et dal Carissimo Signor Commissario, o suo Delegato di Lodrone stesso, quanto dall’Eccellentissima Generalità Cesarea toccanti l’interesse di Guerra (…)”.
Per questo lavoro venne incaricato Giovanni Pietro Marzadri di Turano, notaio e cancelliere del Consiglio, con l’assistenza di don Antonio Zeni, cappellano della cappellania Cozzati di Armo e di Federico Venturini di Magasa. Nel Consiglio Generale di domenica 3 gennaio 1745 si scelsero “(…) due Homini per andare in Valle Lagarina per estendere in forma propria da Dottori di Legge le regioni, ed Istanze di questa Valle di Vestino sopra la causa vertente tra quest’Università di valle da una parte, et la Comunità di Darzo Contado di Lodrone dall’altra sopra l’unione e scomparto di spese fatte nella prossima decorsa guerra come è notorio intentato da parte Darzese et poi presentarle all’Illustrissimo Signor Dottor Madernini Vicario di Sue Eccellenze Signori Conti Padroni di Lodrone in Nogaredo (…)”.
L’incarico fu affidato a Federico Venturini di Giovanni di Magasa ed a Giovanni Pietro Marzadri di Turano, notaio di Valle, con l’assegnazione ad ognuno di troni cinque per giornata oltre la spesa per la cavalcatura occorrente tanto per l’uno come per l’altro e si anticiparono troni 150 al Marzadri come acconto per il viaggio .
Si liquidarono le prime spese:
- “1) Per un vitello condotto a Lodrone dato in regallo a Sua Eccellenza Signor Conte Giuseppe Nicolò Reggente in occasione s’è il medesimo portato a Lodrone nel prossimo decorso autunno, come speso con condotta tt. 40 : –* 2) Per uno Zecchino dato al signor Dottor Madernini per aver il medesimo avocato a favore della Valle appresso a sua Eccellenza tt. 22 : –;
- 3) Per giornate d’Homini andati a Lodrone dal Conte per la causa contro Darzo, in tutto n. 13 a troni 7 cadauno tt. 91 :–
- 4) Per cavalcatura a Venturini Federico tt. 4 :–
- 5) Altre spese al notaio tt. 35 : 10; n totale tt. 193 :–“.
Il 24 gennaio 1745 nuovo Consiglio Generale di Valle. All’esperto e infaticabile notaio di Valle Giovanni Pietro Marzadri di Turano si anticiparono ancora troni 150 e al rinunciante Federico Venturini venne sostituito Bartolomeo di Domenico Pace consigliere giurato della comunità di Persone con la mercede giornaliera di troni tre e cinque soldi. Fu incaricato di completare la pratica in Villa Lagarina. E il 14 febbraio 1745 seguirà il resoconto dell’operato al Consiglio Generale di Valle presieduto da Stefano Viani: “(…) Per le cose operate in detto viaggio per mezzo dei Dottori Legali per la nostra causa Darzenese, d’indi presentate all’Illustrissimo Signor Dottor Madernini Vicario di Villa assieme col Compromesso fatto per questa Valle, ed altre cose concernenti l’interessi della medesima per questa Valle (…)”.
Seguono le spese:
- “ 1) Per pagato al signor Dottore Felice Chiusole per l’Istanze con Memoriale fatteci in propria e legale forma sopra la causa vertente con Darzensi, per spedire come sopra tra lui, e suo Figlio in tutto tt. 48 :10;
- 2) Per Bona Mancia fatta a quella Persona ci ha inquinati all’istesso Signor Dottore, mezzo Ducato specie, che sono tt. 4 :-1;
- 3) Per dati all’Illustrissimo Signor Vicario Madernini in regallo per averli raccomandati li interessi della Valle in questa Causa due Zecchini veneti in specie, che sono tt. 44 :10;
- 4) Per bona mancia fatta all’Hoste di Villa per averci il Comando di Serviciere più giorni, troni uno, dico tt. 1 :–;
- 5) Per giornate numero undici pagate a Bortolo Pace di Persone mio compagno eletto consumate in dito viaaggio a troni 3 : -5 tt. 35 :15;
- 6) Per giornate da Me nodaro consumate nel medesimo viaggio numero undici a troni 5 tt. 55 :–
- Spese per il viaggio (dal 24 gennaro) tt. 188 :16”.
Assai onesto il notaio Giovanni Pietro Marzadri di Turano! Restituì troni 111:4 sui 300 avuti in acconto! La vertenza proseguirà ancora per vent’anni e seguiranno altre spese per vari viaggi specie a Villa Lagarina per un totale di troni 301 :10. Ma anche in questo caso il tempo fu ottimo medico: superati reciproci sentimenti e sfiducie, finalmente, nel 1765, le due comunità si accordarono per ricorrere all’arbitrato del conte Massimiliano Lodron; il compromesso fu rogato dal dottor Giovanni Gasparo Oradini, commissario generale del contado di Lodrone e Valle di Vestino, il 28 settembre 1765. Il 26 gennaio 1766 “(…) la scrittura di Compromicione (…)” fu accettata ed applaudita in tutte le sue parti dal Consiglio Generale di Valle. Fu anche questa una salomonica decisione per cui la Valle di Vestino versò troni 300 “(…) alla fabbrica della Nuova Chiesa dell’Onoranda Comunità di Darzo (…)”. E si erano già spesi complessivamente troni 683 :-6!
Rimase la suddivisione della somma fra le sei responsabili Ville della Valle; si provvide in breve tempo. “In giorno di domenica li 4 del mese di Maggio 1766. In Turano Valle di Vestino, e nella solita stanza della Canonica Rettorale per la radunanza del Consiglio Generale di questa Vestina Valle. Radunato e ivi convocato il Consiglio Generale di questa Valle di Vestino ordinato dallo Spettabile Signor Vicario di Valle Bartolomeo Greccini d’Armo per questo giorno, e luogo ad effetto specialmente di fare, evadere lo scomparto della Summa di troni tre cento dico tt. 300 :– da pagarsi alla Fabbrica della Nuova Chiesa dell’Onoranda Comunità di Darzo per la Comunità di questa Valle in corpo a tenore dell’Amichevole Composizione benignamente fatta da sua Eccellenza Monsignor Conte Canonico Massimiliano Lodron Padrone Nostro Graziosissimo per altro reggente di questa Giurisdizione del Contado di Lodrone, e Valle di Vestino sopra le Diferenze e Controversie per altro vertenti fra detta Comunità di Darzo, e questa Vestina Valle per cause di spese di Guerra come è noto e come di tale composizione ne costa da pubblica scrittura rogata dal Carissimo Signor Dottor Gio: Gasparo Oradini sotto li 28 settembre 1765: e sottoscritta da sua Eccellenza Lodata, come in quella perciò tra le Comunità stesse di questa Valle secondo fu praticato costume di scomparto delle spese comuni di Valle della somma sudetta di troni 300 come sopra dovuta in comune fatta” e fanno lo scomparto seguente:
- Armo tt. 60 :–
- Bollone tt. 63 : -6 +
- Magasa tt. 66 :13 +
- Moerna tt. 50 :–
- Persone tt. 30 :–
- Turano tt. 30 :–
- Totale tt. 300:–”
Firmarono: Bartolomeo Greccini Vicario di Valle; Giovanni di Andrea Gottardi giurato di Magasa; Antonio di Domenico Persiali consigliere di Armo; Giovanni Antonio Ferrari di Angelo consigliere di Moerna; Giovanni Pietro Marzadri notaio e consigliere di Turano. Assente il rappresentante di Bollone. Notaio: Giovanni Pietro Marzadri cancelliere per comando.
L’eterna questione del Dazio tra i Lodron e le comunità di Val Vestino
I Conti, tramite gabellieri e un daziere, raccoglievano nel palazzo del Caffaro e della Muta di Lodrone, oggi palazzo Bavaria, il dazio sulle merci in transito, sia in entrata che in uscita, tra la Contea e la confinante Repubblica di Venezia.
Nel documento riguardante la locazione (affitto) del Dazio di Lodrone del 1739 al medico chirurgo di Storo, Giovanni Antonio Berti, notiamo che tra le varie disposizioni riguardanti i doveri del “daziere” vi era quello di far recapitare eventuali messaggi, ordini o quant’altro dei Conti alle comunità Valvestinesi:
1739 aprile 2, Lodrone di Storo. “Nel nome di Cristo. Amen. Nell’ anno del Signore 1739, giovedì 2 aprile, nel paese e Contado di Lodrone, diocesi di Trento, nel palazzo sede del giudizio, alla presenza del reverendo signor don Domenico Domeneghetti di Bondone nel Contado di Lodrone, attuale cappellano nel Palazzo al Caffaro dei Signori Conti Lodron, del signor Giacomo Pandimiglio, forestiero residente in Lodrone, e dei signori Antonio Fornasini e Giovanni Casarotta, abitanti di Lodrone, quali testimoni noti e richiesti.
Qui presente di persona, il signor Giovanni Pietro Ropele, dottore in diritto civile e canonico, commissario generale nella giurisdizione del Contado di Lodrone e Val Vestino, procuratore speciale del Signor Conte Lodovico Saverio senior di Lodrone e Castel Romano, signore dei castelli di San Giovanni, Santa Barbara, Castellano e Castelnuovo, esattore dei pegni in Rattemberg, consigliere intimo della sacra cesarea e cattolica Maestà in Vienna e chiliarca dell’attuale arcano consiglio di Innsbruck per le milizie del Tirolo nel distretto dell’Inn, nonchè‚ prefetto delle valli di Non e di Sole, attuale reggente della giurisdizione del Contado di Lodrone e Val Vestino, non solo a nome proprio ma anche dei Signori Conti condomini di Lodrone, dei quali ha avuto il consenso il 22 marzo scorso, a titolo di locazione temporanea per il prossimo quinquennio, a partire dal primo giorno del corrente mese di aprile sino a tutto il mese di marzo dell’anno 1744, concede in affitto al nobile signor Giovanni Antonio fu Stefano Berti, medico chirurgo del borgo di Storo, il Dazio o Muta di Lodrone, ossia il diritto di riscuotere dai conduttori di merci il dazio secondo l’antica consuetudine e la tariffa descritta nel Registro Magno.
Primo il suddetto daziere signor Berti sia tenuto a conservare, mantenere e difendere i diritti di detto Dazio ed a restituire, al termine del suo incarico, tutto ciò che gli è stato consegnato ieri in inventario e trascritto nel Registro del Dazio, e sia tenuto a corrispondere ai Signori Conti un affitto annuo di 4.360 troni suddivisi come segue:
in primo luogo al conte Lodovico Saverio ed ai figli del defunto Signor Conte Girolamo Giuseppe Lodron 1.453 troni, 6 marchetti e 2 quattrini;
ai Signori Conti del “colonnello” (linea di proprietà) di Filippo di Gratz altri 1.453 troni, 6 marchetti e 2 quattrini;
ai Signori Conti Lodron abitanti in Baviera 726 troni, 3 marchetti ed 1 quattrino;
ai Signori Conti Lodron abitanti in Trento altri 726 troni, 3 marchetti ed 1 quattrino;
che in totale raggiungono appunto la suddetta somma di 4.360 troni, da pagarsi ogni anno in due rate semestrali.
Inoltre il suddetto daziere dottor Giovanni Antonio Berti pagherà ai sottoelencati il seguente salario:
al Molto Reverendo Signor Curato di Lodrone 31 troni e 9 marchetti al mese come suo solito salario, che fanno 377 troni e 8 marchetti all’anno;
inoltre al “castellaro” di Santa Barbara 30 troni al mese, che fanno 360 troni all’anno;
inoltre a ciascuno dei due campari [guardie campestri e boschive] 3 troni e 10 marchetti al mese, che fanno 84 troni all’anno;
inoltre al monego o campanaro della Chiesa Curata di Lodrone come compenso per registrare le ore 3 troni al mese, che fanno 36 troni all’anno;
inoltre ai soldati dei tre paesi di Lodrone, Darzo e Bondone, perché‚ stiano al “tavolazzo” [posto di guardia] di ciascun paese, 6 troni al mese, che fanno 72 troni all’anno;
inoltre ai due fanti che svolgeranno il solito servizio 21 troni al mese ciascuno, ossia 42 troni al mese, per un totale di 504 troni all’anno, ossia 1.433 troni e 8 marchetti fra tutti gli stipendiati. Questa cifra, sommata ai suddetti 4.360 troni, dà un totale di 5.793 troni ed 8 marchetti. Siccome al momento si corrispondono 35 troni mensili al cavaliere e 30 all’altro fante, la quota eccedente la suddetta somma mensile di 42 troni dovrà essere corrisposta dai Signori Conti condomini.
Similmente verranno bonificate al suddetto daziere anche tutte le spese necessarie al mantenimento della chiesa curata di Lodrone.
Inoltre nei casi di contrabbando il signor daziere, defalcato un quinto della tassa, che verrà dato ai fanti, ne percepirà la metà, mentre l’altra metà spetterà ai Signori Conti locatori. In caso di contrabbando di merci proibite comprese nella tariffa, il daziere avrà con i fanti e gli accusatori un quinto della tassa.
Prima di liberare un contrabbandiere, il daziere dovrà denunciarlo al Signor Commissario del Contado di Lodrone, il quale emanerà la relativa sanzione a scanso di ulteriori danni e spese per il Dazio.
Inoltre il signor daziere dovrà tenere un’esatta contabilità del ricavato del Dazio, registrando però alla sera in un’unica annotazione le minuzie, e dovrà avere cura di tutti i diritti, scritture e beni dei Signori Conti.
Inoltre il signor daziere sarà tenuto a riscuotere le multe sanzionate dal commissario al termine dei processi ed avrà diritto al 4% di dette riscossioni, consegnando ai Signori Conti o ai loro agenti una nota specifica ogni sei mesi.
Inoltre il signor daziere dovrà difendere i diritti dei Signori Conti e del loro fisco sia in sede giudiziaria che fuori, tanto di tutti e tre i “colonnelli” della famiglia quanto di uno solo.
In caso di misfatti o malefici che venissero commessi nel paese di Lodrone o sue pertinenze, non appena ne avrà avuto notizia il signor daziere dovrà immediatamente suonare la campanella del Palazzo della Muta per chiamare i soldati e gli ufficiali del paese. Ciò fatto con la massima celerità possibile, in assenza dei ministri dei Lodron, cioè del commissario e del cancelliere, il daziere dovrà subito personalmente impartire al caporale ed ai soldati le necessarie disposizioni affinché‚ con tutta celerità provvedano ad arrestare i malfattori e delinquenti.
Nel caso in cui al daziere venissero recapitati ordini dei Signori Conti e dei loro ministri da insinuare ai caporali, soldati ed ufficiali, il signor daziere dovrà con ogni prontezza, esattezza e prudenza farli eseguire, e dovrà anche fare spedire qualsiasi lettera o commissione dei Signori Conti, così come del loro ufficio, sia nei paesi del Contado di Lodrone, sia in Valle di Vestino. Tale spedizione sarà a carico degli ufficiali, se diretta ai vari paesi del Contado, e in mancanza di questi se ne dovranno fare carico i consoli e rappresentanti dei paesi più vicini. Quanto alle disposizioni dirette in Val Vestino, vi dovranno essere recapitate dai consoli diBondone.
Il signor daziere riceverà presso il Palazzo della Muta (Palazzo Bavaria) tutte le denunce recapitate dai rappresentanti dei diversi paesi del Contado o dai privati cittadini e dovrà trascriverle nel Registro dei Malefici con ogni particolare per chiarire circostanze di tempo, luogo, persone presenti e come siano successi i fatti, affinché‚ sia più facile scoprire i delinquenti. Il signor daziere dovrà anche consegnare le suddette denunce ai ministri della giustizia alla loro prima venuta a Lodrone, ma nei casi di somma urgenza spedirà subito messi per avvertirli.
Il suddetto signor daziere avrà anche il compito di assumere i fanti o ufficiali sia per l’ufficio di Lodrone che per il Dazio del Palazzo della Muta, con il consenso però del commissario pro tempore, e non gli sarà lecito tenere o licenziare alcun fante o sbirro a suo piacere.
Il suddetto signor daziere dovrà sovraintendere a qualsiasi affare economico della giurisdizione dei Lodron, stabilire il prezzo del calmiere per i tavernieri di Lodrone e di Darzo secondo il consueto ed assumere le opportune informazioni affinché‚ questo sia ragionevole e, all’ occorrenza, far controllare le misure ed i pesi di questa giurisdizione dai periti affinché‚ nessuno venga truffato. Così pure dovrà occuparsi della manutenzione degli edifici pubblici dei Lodron, cioè del Castello, della Chiesa Curata, del Palazzo della Muta e della Casa dei Fanti, dei ponti, degli argini dei fiumi, della pulizia dei fossati e dei cippi di confine del Contado, facendo fare dai massari le consuete opere comuni per la protezione della campagna. Insomma, farà tutte quelle cose che erano soliti fare tutti i dazieri precedenti, anche se non espressamente specificate in questo documento, per il buon servizio dei Signori Conti.
Il suddetto signor daziere non dovrà assentarsi per più di tre giorni dal Contado di Lodrone senza espressa licenza del Signor Conte reggente pro tempore.
In caso di peste o di guerra (che Dio ce ne guardi!), quando venissero bloccati i commerci, venendo cosi a cessare la rendita del Dazio, il signor daziere dovrà avvisare i Signori Conti reggenti entro il termine di 15 giorni e rendere conto del ricavato per essere saldato delle sue prestazioni.
Sarà riservata a ciascuno dei Signori Conti la rispettiva quota ad essi spettante derivante dalle somme di indennizzo delle spese affrontate nell’inventariazione dei danni causati dalla fluitazione di legname sul fiume Chiese durante i periodi di piena.
E infine il più volte nominato signor daziere, su richiesta del signor commissario Ropele, procuratore speciale incaricato dal Signor Conte reggente, al tocco del sacro petto di un crocifisso giura di osservare le cose premesse, vincolando rispettivamente il suddetto daziere i suoi beni presenti e futuri, ed il suddetto signor commissario quelli dei Signori Conti locatori. Quindi il signor daziere Giovanni Antonio Berti presenta come suo garante il reverendo signor don Francesco Grassi fu Simone di Storo.
(L.S.) Io, Francesco Antonio Parisini del borgo di Storo, notaio e cancelliere della giurisdizione di Lodrone, fui presente alle cose premesse mentre così si svolgevano e su richiesta le ho scritte e pubblicate, in fede delle quali ho apposto la mia firma autentica” .
I rapporti dei valligiani con i “dazieri” e con le disposizioni che con il passare del tempo venivano continuamente aggiornate secondo le nuove esigenze, non furono proprio idilliaci. Nella domenica del 15 settembre del 1743 il “Consiglio Generale” di Valle deliberò un ricorso al conte Gerolamo Massimo Antonio, arciprete di Villa Lagarina e presentaneo reggente del Contado di Lodrone per “essere liberati dalle molestie recateci dal Presentaneo Signor Daciale di Lodrone che pretende che tutti gli convicini di Valle di Vestino vadino a Lodrone in su la Mutta a consegnare le robbe, merci, et animali solite, et soliti consegnarsi mentre secondo e conforme l’antico uso, si consegnava alli Baitoni di Bondone, o pur in Bondone, o meno in castello S. Giovanni giusta l’antica consuetudine, et Regola” .
La supplica non portò gli effetti desiderati e quindici anni più tardi, il 27 agosto del 1758, in seguito al proclama emanato il 5 agosto dal conte reggente Giuseppe Nicolò, nel quale nuovamente si ribadiva la consegna e il pagamento del dazio presso il palazzo della Muta a Lodrone, il notaio Giovanni Pietro Marzadri, a nome dei rappresentanti civici, presentava l’ennesimo ricorso chiedendo “che secondo l’antico costume ci venga destinata da farsi o in Castel Santo Giovanni, o alli Baitoni, o pur in Bondone, e di potersi servire (attesa l’indispensabile necessità) della strada delli Baitoni per condurre, e ricondurre merci, robbe, ed animali, quantunque ora vietata, ed insomma fare ogni cosa possibile per ottenere sapere ciò un favorevole Rescritto a beneficio, e vantaggio de Sudditi di questa Valle, secondo l’uso antico, e sin qui praticato” .
Questo ricorso costò 43 troni alle comunità, di cui 30 troni per le sole spese sostenute dal notaio Marzadri in cinque giorni di viaggio a Villa Lagarina.
Se le comunità Valvestinesi si compiangevano in continuazione con i feudatari per il trattamento fiscale, altrettanto questi facevano, a loro volta, nei confronti degli imperatori d’Austria. Nel 1769 la famiglia Lodron con un esposto all’imperatrice Maria Teresa protestava per l’instaurazione del Dazio austriaco a Lodrone dichiarando che: “Sin dall’anno 1088 gli Antenati della nostra famiglia Lodronia in premio delle loro benemerenze furono dalli Eccellentissimi e Reverendissimi Vescovi di Trento investiti a titolo di Feudo maschile della giurisdizione, e di tutto il territorio di Lodrone, e con specialità di quel Castello, e del Dazio nell’istesso villaggio di Lodrone sin da quel tempo eretto, a tale Investitura fu a suoi dovuti tempi sempre rinnovata come colle solite formalità ed compressioni seguì nell’anno 1766sotto gli auspici del presentaneo Censissimo e Reverendissimo Principe Vescovo Cristoforo Sizzo. In virtù di questa investitura gli nostri Antenati hanno goduto pacificamente l’entrata di detto Dazio, come sin al presente l’abbiamo goduto noi umilissimi oratori e con quella fu sempre supplicato alle non poche spese dell’amministrazione della giustizia, dell’intiero provvedimento d’ogni Bisognevole della Chiesa curata di Lodrone, come non meno al mantenimento del reverendo curato per l’assistenza spirituale, che prestare deve alle anime di quei poveri sudditi”.
Qualche decennio più avanti, altra lamentela coi Lodrone. Il notaio Antonio Stefani di Magasa ne stilava il documento: “Turano lì 19 febbraro 1775. In sala rettorale Consiglio. Radunato in quest’oggi il Generale Consiglio della Valle di Vestino, si sono trovati presenti lo spettabile signor Bortolo q. Domenico Gamba sindaco attuale di Magasa, deputato lo spettabile Bortolo Iseppi consigliere di Armo, lo spettabile Pietro Porta consigliere di Moerna, lo spettabile Battista Tonoli consigliere di Bollone, lo spettabile Gioan Maria Viani consigliere di Turano, e dopo avere discorso a lungo per l’affare del Dazio, e di far nuovo ricorso all’eccellentissima Padronanza per essere al meglio sollevati ed alleggeriti del peso della consegna, e della bolletta. Al caso che si possa esser in qualche modo al meglio commiserati nelle presenti circostanze secondo che al caso si riferirà più opportuno, e confacente. Fatto chiamare a questo effetto anco il signor Antonio Pace attuale impresario del Dazio per intender l’animo suo; e veder se è a portata di usare buon ufficio a questa nostra Val di Vestino senza suo pregiudizio”
Alla fine la nobile famiglia, forse stanca delle continue rimostranze, accondiscendeva in parte alle richieste dei sudditi, ed il 3 marzo del 1792 in Villa Lagarina, Giovan Battista, notaio pubblico per autorità imperiale, stipulava l’atto di rinnovazione della locazione temporale del Dazio ai giurati delle comunità con sede nel paese di Turano, probabilmente nella già citata casa Marzadri . Erano presenti come testimoni Gasparo de Delaitis direttore del coro della chiesa di Villa Lagarina e Pietro Zamboni di Trento domestico della nobile famiglia; i procuratori Giovanni Andrea Venturini di Magasa e Martino Corsetti di Turano; il conte Domenico Antonio (1728-1806), colonnello di Sua Maestà Imperiale e Cavaliere dell’Ordine Militare di Maria Teresa, agente pure a nome del conte Gasparo, generale e ciambellano di sua Maestà Imperiale, monsignor conte Massimiliano Lodron (1727-1796), canonico della cattedrale di Bressanone, Salisburgo e arciprete di Villa Lagarina, e per quei Conti di Lodrone abitanti a Innsbruck e Graz. Si stabilivano le seguenti condizioni:
- a) la locazione avrà la durata di quarant’anni a partire dal 21 aprile e alla scadenza naturale, tacitamente, potrà essere prolungata ogni cinque anni;
- b) l’affitto annuo sarà di 110 fiorini da pagarsi ai feudatari a mano nel mese di agosto per mezzo del daziale di Lodrone;
- c) le imposte del Dazio dovranno corrispondere a quelle praticate presso il palazzo della Muta di Lodrone e per conoscenza verrà consegnata una copia del tariffario;
- d) il ricavato delle eventuali condanne inflitte ai contrabbandieri sarà così ripartito: un terzo alla Casata dei Lodrone e gli altri due terzi alle comunità;
- e) le merci transitanti per Lodrone e Baitoni dirette in Val Vestino pagheranno il Dazio, come da consuetudine, a Lodrone;
- f) la Casata dei Lodrone fornirà tutti i proclami emanati in passato riguardanti la proibizione del contrabbando che verranno successivamente pubblicati a spese delle comunità;
- g) la locazione avrà effetto legale solo quando sarà controfirmata dal conte Giuseppe abitante a Trento.
Il Dazio lodroneo fu definitivamente soppresso nel 1805 dal Governo Bavarese che incamerava quello di Lodrone e Turano. Nel 1809 venivano assegnati al conte Paride e consorti Lodron come indennizzo Lire 1530 all’anno. Ma nel 1814, Vincenzo de Villas, procuratore della nobile famiglia, chiedeva al Governo austriaco il rimborso delle annualità arretrate!
A riguardo del sopraccitato “Consiglio Generale” di Valle ricordiamo che quest’antica assemblea era composta da sei consiglieri rappresentanti le rispettive comunità. Tra questi, a turno, vi doveva essere sempre uno dei tre “Vicari” che veniva poi nominato alla prima seduta dagli stessi componenti come loro presidente ed assumeva il titolo di “Vicario Generale”. Il “Consiglio” durava in carica un anno e si riuniva, da tempo immemorabile, a Turano nella canonica della chiesa rettorale di San Giovanni Battista, normalmente di domenica dopo la santa messa, per deliberare sugli affari ordinari, straordinari e religiosi che riguardavano tutti i Comuni. Ogni consigliere era obbligato a parteciparvi quando veniva convocato altrimenti doveva pagare una sostanziosa sanzione. Quando gli argomenti trattati riguardavano l’ordine pubblico o la difesa militare, l’assemblea poteva contare sulla consulenza ed il supporto del comandante delle milizie locali: il “capomaggiore” o “capitanio”. Un notaio assisteva il “Vicario Generale” in tutte le sue funzioni e, solamente dal 1742, cominciò pure a redigere i verbali delle adunanze.
Infatti nella pagina iniziale di questo importante manoscritto si legge il seguente appunto stilato dal notaio Giovanni Pietro Marzadri: “Il giorno di domenica, li 16 del mese di settembre 1742: Nella Villa di Turano, Valle di Vestino, et nella solita stanza della Canonica Rettorale, ove si tiene pubblico Consiglio generale di Valle […] Perciò bramando tutte le comodità di Cadauna Villa di questa medesima Valle venghino, di tempo in tempo saranno radunati Consigli generali, annotato, et tenuto registro delle deliberacioni, et conclusioni de negotii, che in essi saranno fatti, per potersene, in ogni occorrenza di bisogno, servire a pubblico comodo; stante che fin hora la maggior parte di tale deliberacioni sono seguite solamente in voce, et se pure qualche fiata ne sij stata fatta qualche semplice memoria in scritto, ancor questa è stata fatta in carta volante e tal che in breve tempo s’è il tutto smarito; per il che ne son insorte non poche confusioni in grave danno si del Publico, che del privato”.
Con l’istituzione nel primo decennio dell’Ottocento da parte del Governo austriaco dei moderni comuni questo organismo perse ogni suo potere; pur tuttavia presieduto dal rettore, rimase attivo fino circa la metà di quel secolo. Innumerevoli sono le lagnanze dei Valvestinesi ai Conti registrate nei verbali. Tra queste spiccano quelle del “Vicario Generale” Giovanni Domenico Bonomi di Armo del 30 agosto 1763: “Stabilito a pieni voti del Consiglio stesso di far anche ricorso a sua Eccellenza signor conte Giuseppe Padrone residente in Insprugh Reggente Presentaneo del Contado di Lodrone e di questa Valle medesima con memoriale, cioè la causa ch’hanno di dolersi contro l’Officio di Lodrone e suoi ministri, esponendo in quello le principali doglianze stesse acciò dalla lodata Graziosa Sua sentite le ragioni di questi popoli vi sij posto il possibile rimedio, ed effetto la Valle medesima non venga pregiudicata ne suoi diritti, né aggravata contro Giustizia di più del dovere” ; e quella del “Vicario” Pietro Gottardi di Magasa “per impetrar la grazia di poter servirsi di nodari forestieri in queste circostanze necessari a tenore però sempre delli rei di questa Valle rapporto alla mercede. E ciò si propose atteso il Proclama già da poco emanato, con cui si proibiva a nodari forestieri il poter esercitarvi in questa Valle”.
I Conti
- Giorgio Lodron
- Ludovico Lodron
- Sebastiano Paride Lodron
- Carlo Ferdinando Lodron
- Francesco Giuseppe Maria Lodron
- Massimiliano Alar Valentino Settimo Lodron
Bibliografia
- a cura di Gianni Poletti.
- Vedi traduzione in italiano: La signoria dei Lodron nel medioevo a cura di Gianni Poletti in ”Passato Presente - Contributi alla storia della Val del Chiese”
- CENTRO STUDI JUDICARIA, “Mappa lodroniana”, Tione (TN), 1994.
- AAVV, “I Lodron dal Trentino all’Europa. Storia di una grande famiglia”, Trento, 1999.
- Margarete Miklautz (introduzione e traduzione di Gianni Poletti). “I Lodron del Novecento”. Il Chiese. Storo, 2001.
- Gianpaolo Zeni, “Al servizio dei Lodron. La storia di sei secoli di intensi rapporti tra le comunità di Magasa e Val Vestino e la nobile famiglia trentina dei Conti di Lodrone“, Biblioteca e Comune di Magasa, 2007.
- C. Festi, Scritti storico araldico genealogici sulle famiglie Lodron, la Grafica Anastatica, Mori 1983.
- G. Poletti, Dalle crociate alla secolarizzazione profilo storico della famiglia Lodron, in “Sulle tracce dei lodron”, a cura del Centro Studi Judicaria, Trento 1999.
- A. Racheli, Il Comune di Tiognale e la Madonna di Montecastello, Bergamo 1902.
- G. Lonati, Di una controversia tra i conti di Lodrone ed il Comune di Tignale, in “Commentari dell’Ateneo di Brescia”, 1932.
- Vito Zeni, I Lodrone giudici in una controversia fra la Valle di Vestino e Darzo“, in Judicaria, n. 8, Tione 1988.
Note
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